Due lavori coordinati dal prof. Giancarlo Logroscino e dal dott. Daniele Urso sono stati pubblicati su Neurology e JAMA Neurology, prestigiose riviste internazionali del settore neurologico
La “demenza a corpi di Lewy” è considerata una delle principali forme di demenza neurodegenerativa dopo la malattia di Alzheimer, ma resta ancora oggi poco riconosciuta nella pratica clinica. Può manifestarsi con disturbi cognitivi, fluttuazioni dell’attenzione, allucinazioni visive, disturbi del sonno, sintomi parkinsoniani, disturbi autonomici e manifestazioni neuropsichiatriche. Questa complessità rende spesso difficile arrivare a una diagnosi tempestiva e corretta.
Due recenti studi coordinati dal professor Giancarlo Logroscino e dal dottor Daniele Urso, del Centro per le Malattie Neurodegenerative e l’Invecchiamento Cerebrale dell’Università di Bari “Aldo Moro” presso la Pia Fondazione Cardinale G. Panico di Tricase, contribuiscono ora a chiarire meglio quanto questa malattia sia presente nella popolazione e quale possa essere il suo impatto sui pazienti, sulle famiglie e sui servizi sanitari. I due lavori sono stati pubblicati su due tra le riviste più prestigiose del settore neurologico: Neurology e JAMA Neurology.
Il primo studio, pubblicato sulla rivista Neurology, ha analizzato l’incidenza della demenza a corpi di Lewy nel Salento attraverso un registro prospettico di popolazione nella provincia di Lecce. Lo studio ha monitorato una popolazione di oltre 767.000 residenti tra marzo 2023 e febbraio 2025, identificando 62 nuovi casi. L’incidenza grezza è risultata pari a 4,04 casi per 100.000 persone-anno, con una frequenza più alta negli uomini rispetto alle donne e un aumento marcato con l’età, fino a un picco tra gli 80 e gli 84 anni.
Il registro ha inoltre permesso di descrivere meglio le caratteristiche cliniche dei pazienti. La demenza a corpi di Lewy non si manifesta soltanto con disturbi della memoria, ma con un quadro clinico complesso, nel quale possono comparire sintomi motori simili al Parkinson, fluttuazioni dell’attenzione, disturbi autonomici, sintomi neuropsichiatrici e disturbi del sonno. In particolare, allucinazioni visive ben strutturate e disturbo comportamentale del sonno REM rappresentano elementi caratteristici della malattia e devono essere ricercati con attenzione nell’anamnesi del paziente e nel colloquio con i familiari.
“Gli studi di popolazione sulla demenza a corpi di Lewy sono ancora pochi, ma sono fondamentali”, spiega il professor Giancarlo Logroscino. “Sapere quanti nuovi casi si verificano in una popolazione definita è essenziale per programmare i servizi sanitari, organizzare i percorsi diagnostici e comprendere meglio i bisogni dei pazienti. La demenza a corpi di Lewy ha sintomi, prognosi, necessità assistenziali e carico per le famiglie in parte differenti rispetto alla più comune Demenza di Alzheimer. Questo lavoro è stato possibile grazie a uno sforzo coordinato e alla partecipazione degli specialisti del territorio.”
“La peculiarità della demenza a corpi di Lewy è proprio la sua complessità clinica”, sottolinea il dottor Daniele Urso. “Questi pazienti possono presentare contemporaneamente sintomi cognitivi, motori, psichiatrici, del sonno e del sistema autonomico. Questo rende la diagnosi più difficile, ma anche estremamente importante. Riconoscere la malattia significa impostare una gestione specialistica accurata, evitare trattamenti potenzialmente inappropriati e rispondere a un carico assistenziale spesso molto elevato per i pazienti e per le famiglie.”
Il secondo studio, pubblicato su JAMA Neurology, ha invece raccolto e analizzato sistematicamente i dati disponibili a livello internazionale sull’incidenza e la prevalenza della demenza a corpi di Lewy. La meta-analisi ha incluso 16 studi di popolazione provenienti da diverse aree del mondo. Nei soggetti di età pari o superiore a 65 anni, l’incidenza stimata è risultata pari a 46,85 casi per 100.000 persone-anno, mentre la prevalenza è stata stimata in 352,26 casi per 100.000 abitanti. Anche in questo caso la malattia aumentava nettamente con l’età e risultava più frequente negli uomini. Lo studio pubblicato su JAMA Neurology ha ricevuto attenzione anche a livello internazionale, contribuendo a riportare al centro del dibattito una malattia ancora sottodiagnosticata e spesso poco conosciuta al di fuori degli ambiti specialistici.
“Gli studi di popolazione sono necessari non solo per contare i casi, ma anche per comprendere meglio le malattie neurodegenerative nel mondo reale”, sottolinea il professor Logroscino. “Le casistiche ospedaliere sono importanti, ma possono non rappresentare completamente ciò che accade nella popolazione generale. Solo attraverso dati di popolazione possiamo stimare il reale impatto della demenza a corpi di Lewy, capire quanto venga riconosciuta, quali pazienti arrivino alla diagnosi e quali bisogni sanitari emergano nella pratica clinica quotidiana.”
Nel loro insieme, i due studi trasmettono un messaggio chiaro: la demenza a corpi di Lewy è una malattia rilevante, complessa e probabilmente ancora sottostimata. Proprio per questo, dovrebbe essere presa seriamente in considerazione nella pratica clinica, soprattutto dopo i 65 anni, quando un deterioramento cognitivo si accompagna a sintomi motori, allucinazioni visive, fluttuazioni dell’attenzione o disturbi del sonno. Riconoscerla correttamente è importante perché questi pazienti possono presentare una maggiore fragilità clinica e un carico assistenziale significativo per le famiglie. La diagnosi ha inoltre conseguenze pratiche rilevanti: le persone con demenza a corpi di Lewy possono avere una particolare sensibilità ad alcuni farmaci, in particolare agli antipsicotici, e richiedono quindi percorsi di cura specifici, specialistici e multidisciplinari. Per questo motivo, migliorare la consapevolezza della malattia tra medici, pazienti e caregiver è un passaggio essenziale.
I risultati provenienti dalla Puglia e dalla sintesi internazionale indicano la necessità di rafforzare i registri di popolazione, standardizzare i criteri diagnostici, migliorare l’accesso agli esami specialistici e programmare servizi adeguati per una popolazione che invecchia. In questo senso, il lavoro coordinato nel territorio salentino rappresenta un modello concreto di come la ricerca epidemiologica possa contribuire direttamente alla programmazione sanitaria e alla qualità dell’assistenza.
























