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Gimbe pubblica il report sulla mobilità sanitaria interregionale nel 2021

La mobilità sanitaria è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese.

La Fondazione GIMBE ha realizzato un report sulla mobilità sanitaria utilizzando i dati economici aggregati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi, e i flussi trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute per analizzare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private di ogni Regione per le differenti tipologie di prestazioni erogate in mobilità.

Il valore della mobilità sanitaria interregionale nel 2021 è pari a € 4.247,29 milioni, una percentuale apparentemente contenuta (3,36%) della spesa sanitaria totale (€ 126.328 milioni), ma che assume particolare rilevanza per 3 ragioni fondamentali. Innanzitutto, per l’impatto sull’equilibrio finanziario di alcune Regioni, sia in saldo positivo (es. Emilia Romagna: +€ 442 milioni; Lombardia: +€ 271,1 milioni; Veneto: + € 228,1 milioni), sia in saldo negativo (es. Campania: -€ 220,9 milioni; Calabria: -€ 252,4 milioni); in secondo luogo, perché oltre il 50% dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità vengono erogate da strutture
private accreditate, un ulteriore segnale di impoverimento del SSN; infine, per l’impatto sanitario, sociale ed economico sui residenti nelle Regioni in cui la carente offerta di servizi induce a cercare risposte altrove.


I flussi economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord e in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il Governo per la richiesta di maggiori autonomie. Infatti, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto “cubano” complessivamente quasi la metà dei crediti della mobilità e il 93,3% del saldo di mobilità. Complessivamente, l’86,1% della mobilità sanitaria è relativo a prestazioni di ricovero ordinario e day hospital (69,6%) e specialistica ambulatoriale (16,5%), di cui oltre la metà viene erogata dalle strutture private, segnale inequivocabile di indebolimento di quelle pubbliche. Infine, la valutazione dell’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria non permette di quantificare 3 elementi. Innanzitutto, il numero di pazienti e familiari/caregiver coinvolti dal fenomeno della mobilità sanitaria: uno studio realizzato dal Censis per Casamica sui dati del 2015 indica che sarebbero 1.400.000 le persone interessate, di cui 750.000 pazienti e 650.000 accompagnatori. In secondo luogo, i costi sostenuti per gli spostamenti: secondo una survey condotta su circa 4.000 cittadini italiani, nel 43% dei casi chi si sposta dalla propria Regione sostiene spese comprese tra € 200 e € 1.000 e nel 21% dei casi fra € 1.000 e € 5.000. Un’altra survey condotta su circa 1.300 pazienti oncologici ha documentato che il 45,1% sostiene spese per mezzi di trasporto (in media € 359/anno) e il 26,7% per l’alloggio lontano dalla propria residenza (in media € 227/anno). Infine, occorre considerare i costi indiretti, quali assenze dal lavoro di familiari e permessi retribuiti e i costi intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

Qualche dato sulla Puglia.

Dalla tabella dedicata ai crediti e debiti si evince che i crediti sono € 150.225.333, mentre i debiti sono € 281.641.197 con un saldo negativo di € 131.415.864.

Se si considera il valore percentuale della mobilità sanitaria 2021 erogata da strutture private, ricoveri (ordinari e day hospital) e specialistica ambulatoriale, la Puglia con il 73,1% si piazza al secondo posto dietro il Molise con oltre il 90% e davanti alla Lomardia (71,2%) e al Lazio (64,1%). La media nazionale è 54,7%.